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Home » Parma in tavola » Cioccolata alla parmigiana


La storia della cucina parmigiana
Asterischi di gastronomia parmigiana.

"Cioccolata alla parmigiana"

Dopo aver conquistato eccellenti posizioni nella cucina internazionale, i parmigiani non esitarono, a loro volta, a farsi conquistare da una dolce bevanda proveniente dal Nuovo Mondo.

Sin dal principio del Settecento la cioccolata era in gran voga a Parma. E particolarmente apprezzata da dame, abati e gentiluomini era quella preparata dalle esperte mani delle suore di clausura e soprattutto di quelle dei conventi di Santa Caterina e di Santa Chiara e quelle di Sant'Alessandro, dove soleva dir messa il celebre abate Innocenzo Frugoni, poeta, arcade zelante, gastronomo raffinato e ghiotto della cioccolata che sorbiva dopo la celebrazione della messa. Le monache gli portavano cioccolatiera e chicchere con solennità cerimoniosa. Ed il garrulo abate la sorbiva con amabili conversazioni, ma poco a poco, dice un commentatore parmense, dette "un tono tanto mondano ai suoi discorsi, andò tanto oltre con le sue salaci barzellette, che quelle pie donne dovettero rinunziare alla sua brillante compagnia". Frugoni, invece, alla cioccolata non rinunciò mai, e continuò a sorbirla, nel vasto e lindo parlatorio del convento, senza le suorine che lo attorniavano ed arrossivano al suo galante linguaggio. Bere la cioccolata nel convento di Sant'Alessandro era di moda, e lo fu per oltre mezzo secolo. Vi andavano damine e guardie del corpo e lo stesso Duca sovrano, sino a che un brutto giorno avvenne un "fattaccio". Don Ferdinando, duca di Parma e questo le cronache lo confermano andò la mattina del 6 ottobre 1802 a fare le sue divozioni nel convento di Sant'Alessandro, quindi bevve sereno la cioccolata che gli offrirono le monache e morì poco dopo. La cosa fece rumore, tanto che la voce pubblica affermò che fosse stato avvelenato da quelle sante donne. Altro che trine e veleni! Infatti il Duca non morì il giorno in cui bevve la famosa tazza di cioccolata, ma dopo due giorni, quando aveva già prese diverse tazze di cioccolata, di cui una a Fontevivo ed altre tre al palazzo il giorno 8. Né per la morte del Duca fu abbandonato l'uso della cioccolata nei conventi di Parma, dove per decenni si sarebbero rinnovate le abitudini del gran mondo: facendo musica, conversazione, componendo poesie più o meno galanti e mangiando chicche di ogni specie opportunamente accompagnate dalla cioccolata, tazza su tazza.

Da G. Gonizzi, Le memorie del Ciambellano. Storie di cucina nel Ducato. I, in Parma Capitale Alimentare, 43, 2000, pp 45-61.

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