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I paesaggi e le figure di Carla Cerati Nel Salone delle Scuderie in Pilotta, una mostra di circa 400 fotografie di Carla Cerati; il catalogo, introdotto da uno scritto di Massimo Mussini, è edito da Skira. La mostra chiuderà il 31 gennaio 2008.
Se si dovesse fare, e si farà di certo, una storia della fotografia italiana, la collocazione di Carla Cerati sarà difficile da stabilire: fotografa di un globale conflitto di classe, fotografa critica della borghesia milanese, fotografa di alcuni degli spettacoli teatrali della avanguardia, ad esempio quelli del Living Theatre, o ancora fotografa degli spazi aperti delle amate Langhe? E come collocare questa storia complessa accanto alle ricerche sul colore, alle fotografie di architettura, e come ancora analizzare le fotografie tenendo conto che Carla Cerati è una narratrice impegnata sul versante della condizione femminile? Cominciamo dalle fotografie del saggio di danza al Piccolo Teatro, siamo nel 1960, con le ragazzine che appaiono da dietro le quinte come in “Bellissima” di Luchino Visconti. Ma subito dopo ecco il cambiamento: nella serie “Entraque” la fotografa propone lo spessore, la densità, la storia della campagna, paesi e case come scavate, intonaci e tetti di pietra segni di un tempo fermato; la materia appare legata alla ricerca pittorica dell’Informale che caratterizzerà il lavoro della Cerati, quantomeno quello sul paesaggio, per alcuni decenni. Intanto Carla fotografa le persone, scatta ritratti di gente del popolo, gente del Piemonte e gente del sud, scoprendo una umanità che prende senso dallo spazio attorno e dalla memoria di quello spazio. Poi viene, nel 1964, la ricerca sulle Langhe che suggerisce , come del resto “Liguria”, una attenzione agli spazi emarginati delle campagne ma anche al loro disfarsi, dissolversi, emergere come sfatta materia, una grafia che accomuna la Cerati alle ricerche di Mario Giacomelli e Nino Migliori. Carla Cerati fa del ritratto un diverso modo di fare cronaca, racconto; ne sono prova in mostra la serie dell’alluvione di Firenze dove soldati e civili, studenti e cittadini, sono attori su una scena dove le distruzioni, le rovine sono l’eco delle figure umane. Questo sapere scavare nel ritratto e questo trasformare lo spazio del reale in scena fa comprendere perché proprio Carla Cerati abbia saputo cogliere il senso degli spettacoli del Linving, con foto di una tensione, di una violenza espressiva, anche nei contrasti di nero profondi, che non hanno confronti. Gli anni ormai sono quelli della contestazione: siamo al 1968 e la Cerati sceglie di documentare una realtà diversa, quella degli alienati, ponendosi sulle tracce di Franco Basaglia e di Agostino Pirella, e operando a Parma in accordo con Mario Tommasini per documentare le immagini dei manicomi, come si chiamavano allora. Fra le sue foto una resta emblematica, quella con l’uomo senza volto, le mani sul capo, seduto contro un muro grigio che diventerà anche un ben noto manifesto. E dopo ? Paesaggi e ritratti, paesaggi in Liguria e ritratti che esaltano i contrasti, che colgono le tensioni espressive e la deformazione dei volti. Un’altra ricerca, sul nudo, assoluta come in Arp, riprende le ricerche di Bill Brandt trasformandole in un ritaglio chiaro. Ma è il tema del ritratto che affascina la Cerati e su questo lei stessa ha più volte scritto; Carla usa fotografare senza interloquire con chi riprende, poi scatta e sono foto di lunga durata come quelle di Elio Vittorini o di Eugenio Montale, di Italo Calvino o di Pierpaolo Pasolini. Per la Cerati la chiave interpretativa del paesaggio, ma anche delle foto di architettura resta la suggestione informale e questo spiega il parallelo fra immagini delle Vele in Costa Azzurra (1999) e delle terre arate delle Langhe (1964). Un altro grande racconto della fotografa è quello sulle persone, sul lavoro, ma anche sull’ozio a Milano, e sono ritratti di operai, o di mendicanti, foto scattate attendendo che questi non recitassero se stessi davanti all’obiettivo; e sono foto di cortei di protesta, e della rivolta contro la repressione, e queste foto di strada dialogano con le ricerche dell’amico Uliano Lucas ma puntano, rispetto a lui che sceglie il conflitto politico, l’evento, puntano sempre sui personaggi, sulle figure, sui volti. Carla inventa però un genere di ritratto che è un documento civile e insieme spietato della società borghese a Milano al tempo del boom, è “Mondo Cocktail” (1972), che resterà nella storia delle immagini di quegli anni. Nei decenni seguenti Carla, dopo aver portato avanti il discorso sul ritratto e quello dell’impegno civile, affronta anche il tema del colore e quello della astrazione sviluppando diverse immagini che si legano alla geometria scoperta nelle foto di architettura. Così il percorso di Carla Cerati assume una propria unità, una propria coerenza: le foto non sono foto di cronaca, ma semmai ritratti intesi come segni di una situazione umana, così le immagini delle manifestazioni o quelle della borghesia. Il paesaggio è però forse la chiave per comprendere la fotografa; fin dalle origini negli anni ’60 il paesaggio si scompone, diventa una specie di superficie scavata, spessa di solchi e di fori come una “Natura” di Lucio Fontana, e questo rapporto con l’arte, da ultimo quella di Max Bill e in genere della astrazione dopo la Bauhaus, fa comprendere la ricchezza, la complessità di un intellettuale che ha combattuto le battaglie per la autonomia delle donne e di rivendicazione civile con una consapevolezza eccezionale. La stessa che si ritrova nelle sue notevoli immagini.
Orario: 10-19. Chiuso il lunedì tel. 0521 235825 - 033652 csac@unipr.it
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